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ZES, ZONA ECONOMICA SPECIALE …. ANCORA UNA VOLTA NOTO PERDE IL TRENO

Calato il termometro della febbre da corona virus, è oggi l’istituzione di due ZES nella regione che fa alzare la temperatura emotiva dei siciliani. E in questi tempi di crisi, la velocizzazione dell’iter voluta dal Ministro Provenzano, viene accolta con favore. Ma, se da una parte questa, che è una delle misure del più ampio decreto legge n. 91 2017 per il Mezzogiorno, offre concrete speranze per favorire il superamento del divario economico e sociale delle regioni del Sud rispetto al resto del Paese, dall’altro ci si chiede legittimamente come mai città come Noto, ne siano state escluse.

“La Zes ha senso se un territorio appartiene ad un Distretto industriale o si candida ad esserlo, con importazioni e/o esportazioni di merci di tale quantità da rendere economicamente sostenibile il business al netto degli incentivi. Noi puntiamo su un livello di sviluppo differente e concorriamo coerentemente per ciò che rappresenta il futuro del nostro territorio: turismo e agricoltura.

Se, in futuro, si verificheranno le condizioni per richiedere un nostro inserimento, valuteremo se ci saranno le necessarie condizioni e se ne varrà la pena”.

Così si giustifica tempestivamente il Sindaco Bonfanti, incalzato dalle ovvie richieste di spiegazioni da parte dei concittadini.

A una prima lettura, la riflessione di Corrado Bonfanti può sembrare condivisibile: da anni scorrono fiumi di parole sulla scelta di un modello di sviluppo imperniato sul turismo culturale e sull’agricoltura. Un bel paradigma che però, a nostro avviso, si è fermato alla sua enunciazione, limitandosi ad essere piuttosto un indirizzo, una tendenza che ha portato a consumare la città ed il suo territorio asservendone l’economia esclusivamente all’industria del turismo. Progetto che non è mai stato veramente supportato da visioni e da azioni strutturate e a lungo termine per assicurarne la sostenibilità.  Un effimero castello di carte che non ha la sostanza di un piano di sviluppo strategico, ma la evanescenza di una buona operazione di marketing che oggi svela la sua preoccupante fragilità.

Queste le più evidenti criticità da sottolineare. La prima riguarda la natura e la qualità dell’occupazione che questo modo di fare turismo ha creato a Noto: una percentuale altissima di lavoro in nero o falsamente contrattualizzato. Una deregulation quasi selvaggia a fronte spesso di sfruttamento e precarietà.

In secondo luogo, puntare esclusivamente sul turismo e lasciare languenti altri settori produttivi (agricoltura, artigianato, commercio) non può essere la chiave di uno sviluppo armonico di un territorio. La sua resilienza e capacità di far fronte a crisi di sistema o emergenze come quella che stiamo vivendo, si deve basare su di un piano di sviluppo più articolato e lungimirante.

A causa di questa “monotematicità”, di questo sviluppo monocolturale, il quadro economico cittadino è tutt’oggi fortemente compromesso dalla pandemia e dal blocco di tutte le attività connesse alla sola voce di sviluppo economico che è, ancora, lo ripetiamo, SOLTANTO il turismo.

Oggi vediamo con timore fondato la possibilità del declino della città relegata a solo attrattore turistico.

Il comparto delle attività agricole che il Sindaco menziona come altra risorsa economica non è, purtroppo, sufficientemente sviluppato da farci guardare con serenità all’esclusione da queste misure!

Nonostante le affermazioni del Sindaco, restano comunque aperte delle domande:

Come mai all’interno di questa rosa di comuni che ricadono all’interno delle ZES ci sono Palazzolo Acreide, Caltagirone, Militello Val di Catania ( insieme a Noto nello stesso sito UNESCO e dunque con la stessa vocazione al turismo culturale e il medesimo modello di sviluppo) o altri comuni della zona sud del siracusano (Avola, Rosolini e Pachino), che potrebbero presentare omogeneità di piani di sviluppo rispetto a quello di Noto?

Le attività ammesse per le zone ad economia speciale sono tante, non solo le attività e le infrastrutture connesse alle realtà portuali o retroportuali.  Fra le tante, per citarne solo alcune: estrazione di pietra, sabbia, argilla, estrazione di sale, industria alimentare, industria del legno e dei prodotti in legno e sughero, fabbricazione di materiali in paglia e materiali da intreccio, riparazione, manutenzione ed installazione di macchine ed apparecchiature, produzione di software, consulenza informatica e attività connesse, elaborazione dei dati, hosting e attività connesse, portali web, ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle scienze naturali e dell’ingegneria, altre industrie manifatturiere. .

Essere fuori dalle ZES non ci tiene ai margini anche di possibili investimenti che puntano su settori compatibili con il nostro modello di sviluppo come ad esempio l’artigianato di qualità, l’economia del riciclo e della rigenerazione?!

Inoltre: il decreto legge per il Mezzogiorno n.91 2017, di cui l’istituzione delle zone economiche speciali ne è l’art. 4, prevede significativi strumenti per l’agricoltura: ( art. 1) Resto al Sud, misure a favore dei giovani imprenditori nel Mezzogiorno; ( art. 2) misure e interventi finanziari a favore dell’imprenditoria giovanile in agricoltura e di promozione delle filiere del Mezzogiorno; (art.3) Banca  delle  terre  abbandonate  o   incolte  e   misure per la valorizzazione dei beni non utilizzati.

Cosa può fare, ha fatto, farà il comune di Noto rispetto a questo decreto legge?  Ne è stata data ampia pubblicità?! E’ previsto un ruolo del pubblico ?

Non comunicare, non partecipare ai cittadini quanto si possa fare per l’implementazione di importanti assi strategici dell’economia come l’agricoltura, sembra una grave errore che paghiamo soprattutto oggi, in questo momento di grande fragilità.

Non può essere sufficiente evocare l’Infiorata e la bellezza di Noto accendendo l’emozione sui social, o rilanciare l’immagine di Noto sulla cresta di un’onda effimera come quella del marketing turistico che si affida alla risonanza mediatica dei vip.

Quali sono le risorse alternative per la ripartenza della nostra economia?

Resta sorprendente il fatto che chi governa la città non senta il bisogno di accendere un dibattito cittadino affinché le scelte di sviluppo e la relativa visione ad esse sottese, siano partecipate e condivise dalla maggioranza dei cittadini.

Il timore è che il comune di Noto abbia perso un importante treno.

PASSIONE CIVILE

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