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TEOREMA

Dopo più di quarant’anni ho riletto Teorema, un romanzo di Pier Paolo Pasolini, nato in parte in versi, poi anche con una raccolta di dati, di dati psicologici dei vari personaggi, un romanzo di cui ho rivisto anche la trasposizione cinematografica che porta lo stesso titolo del libro.

Pasolini diceva di averlo scritto con la mano sinistra e mi viene da pensare che anche il film, a parte il linguaggio poetico, che è la sua cifra stilistica sia cinematografica che letteraria, pur girandolo senza sceneggiatura, abbia avuto un atteggiamento di sufficienza, nonostante quel dovuto rigore professionale che prevale nei suoi film, perché non amava proprio la borghesia, anzi odiava fisicamente il mondo dei borghesi per la volgarità delle buone maniere ipocrite, per la loro grettezza mentale, infatti,per lui quella italiana era la più ignorante d’Europa e non aveva tutti i torti nel sostenerlo.

Teorema è un film allegorico, che diviene una critica radicale al capitalismo degli anni 60/70, una critica spietata in cui si parla di una famiglia piccolo borghese in senso ideologico, non in senso economico, una famiglia capitalista molto ricca, della Milano industriale che possiede una fabbrica nell’hinterland milanese e vive in una grande villa alla periferia di Milano.

Una famiglia composta dal Padre e marito, Paolo – l’industriale- Lucia, la moglie, i due figli, Pietro e Odetta che vivono secondo il ruolo che il livello economico gli conferisce nella società, in una società chiaramente classista come lo è ancora oggi.

In famiglia c’è anche una domestica, Emilia, una donna di origine contadina che si è spostata da un Borgo per andare a lavorare a Milano.

E’ soprattutto del film che voglio parlare, film che inizia con una serie di sequenze in cui viene inquadrata la fabbrica dove si vedono tanti operai fuori dai cancelli, che rispondono a delle domande dei giornalisti.

Subito dopo viene inquadrato il cancello della grande villa dove arriva tutto saltellante e con un’aria scanzonata e gioiosa, Angiolino, il Postino, che consegna ad Emilia un telegramma in cui viene annunciato l’arrivo di un Ospite.

Si tratta di un Ospite, di un giovane pieno di mistero ultraterreno, un mistico che fa pensare a un Cristo laico ma potrebbe anche essere una mescolanza tra Dio e Diavolo, molto compassionevole che comunica con un sistema di segni diversi dal sistema linguistico, quei segni che lo stesso Pasolini definisce nel suo cinema: “Cinema di Poesia“, in cui è prevalente un pre-linguaggio visivo-poetico che poi è quel linguaggio che attrae, sconvolge e seduce tutti i componenti della famiglia.

L’Ospite è nel giardino su una sdraio, che legge un’edizione della Feltrinelli delle Opere di Arthur Rimbaud ed Emilia è un po’ a distanza a tagliare l’erba del prato, di tanto in tanto ferma la falciatrice per meglio guardare l’Ospite di cui è attratta, in cui avverte con il suo “sentire“  la sacralità, quella sacralità che spiazza l’altro, che spiazza Emilia, con un semplice dialogo visivo che sembra contemplare delle soggettività sempre aperte e disponibili nei rapporti con l’altro.

Dopo è la volta di Pietro, di un ragazzo che frequenta l’ultima classe del Liceo Classico, che ama l’Arte astratta ma che è come tutti i giovani della sua età alla ricerca di se stesso e che non riesce a trovare ciò che inconsciamente cerca, per cui si concede all’Ospite che con un fare materno e paterno gli dona il suo affetto e il suo amore.

Così succede anche per Lucia, la moglie di Paolo, una bella donna, una “cattolica perbene“,che muore di noia a causa del ripetersi del quotidiano, che a volte cerca nella lettura un senso della vita.

Poi viene il turno di Odetta, una ragazza introversa con la costante di un’aria inquietante, ma intelligente e nello stesso tempo dolce, molto legata al padre, mentre Paolo, l’industriale, è un uomo che per tutta la vita si è occupato di affari e forse anche di sport.

Torna l’Angiolino, il Postino, sempre saltellante e scanzonato che porta un altro telegramma dove viene annunciato che l’Ospite deve partire.

La partenza dell’Ospite provoca una crisi profonda in tutti i componenti della famiglia, ed ognuno la vive intimamente, individualmente, senza nessuna socializzazione, anche Emilia, la domestica, si licenzia dalla famiglia dell’industriale e parte per ritornare nel suo Borgo dove la troviamo seduta davanti alla sua casa che rifiuta il cibo, mangia le ortiche e fa dei miracoli alla gente del Borgo per poi farsi seppellire davanti ad un Cantiere Edile.

Lucia esce dalla villa con la sua macchina, una macchina sportiva e va per le periferie di Milano in cerca di giovani con cui va a letto per rivivere quel rapporto d’amore e quelle atmosfere sacre e sconvolgenti che ha avuto con l’Ospite, ma dopo vari tentativi con altri giovani si rende conto che quel tipo di rapporto con l’Ospite è stato unico e irripetibile, di conseguenza non riesce ad uscire dal suo disagio, dalla sua crisi d’identità.

Pietro attraverso l’Arte cerca una sua nuova ricollocazione nella realtà ma dopo vari tentativi finisce per fallire completamente orinando su una delle sue ultime Opere.

Odetta dopo avere rivisto l’album delle foto scattate sia all’Ospite che al padre in giardino, si chiude in un mutismo paralizzante, evidenziato anche da un suo pugno chiuso che la conduce in una clinica per malattie nervose, mentre Paolo, l’industriale, dopo avere donato la fabbrica agli Operai si spoglia nudo alla Stazione Ferroviaria di Milano.

Le ultime immagini del film ce lo mostrano sempre nudo, in un deserto dove con tutto il suo corpo emette un urlo quasi disumano, che sembra andare al di là di ogni espressione conosciuta.

Per tutto il film, durante una scena e l’altra, c’è sempre l’immagine del deserto in movimento, che sembra la via e il luogo simbolico in cui vanno tutti i personaggi di Teorema, un luogo della vita svuotata da ogni senso, a parte Emilia, che trova una via d’uscita nei confronti della perdita della realtà frequentata da tutti dopo il rapporto con l’Ospite, perché non contaminata dalla disumanizzazione e dalla inautenticità del mondo dei borghesi.

Il film fu presentato alla Mostra di Venezia in pieno 1968, dove tra infinite critiche e polemiche di destra e di sinistra, vinse il Premio OCIC, (Office Catholique International du Cinema ), che poi venne restituito da parte di Pasolini perché L’Osservatore Romano e il Papa, Paolo sesto si opposero al film e alla Giuria.

Alla prima uscita a Roma fu sequestrato per oscenità, mentre in Francia si faceva la fila per andarlo a vedere.

Non mancarono i linciaggi subiti da parte di Pasolini ad opera di squadracce fasciste, sia per Teorema che per quasi tutti i Romanzi e i suoi film presentati in varie Città d’Italia.

Come accennavo sopra, si era in pieno 68, in uno scenario e in un contesto di radicale contestazione culturale e politica.

Teorema è uno dei tanti film di rottura con la tradizione del cinema in Italia e Pasolini era un Intellettuale che lottava contro la società capitalista e i suoi pseudo valori, a favore della lotta di classe e per una reale alternativa culturale e politica, infatti sosteneva che: “Finchè l’uomo sfrutterà l’uomo, finchè l’umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace“

Ed in Teorema, Pasolini non fa che denunciare i borghesi capitalisti che non hanno nessun sentimento della spiritualità, perché hanno falsificato la vita sotto ogni aspetto e che insieme alla Chiesa Vaticana hanno edipizzato il soggetto, facendolo divenire generico e conformista,a discapito della potenziale singolarità, esercitando di conseguenza il controllo nella sfera del corpo, quindi della sessualità, dell’eros, di quella dimensione dell’eros, di cui Pasolini rispondendo a una domanda di una lunga intervista a Jean Dufluot, dice:  “Per me, l’erotismo è innanzitutto cultura e quindi rituale dello spirito“ .

E nell’ultima intervista rilasciata a Furio Colombo, alcune ore prima di essere massacrato e fatto fuori dal “sistema“, di cui parla David Grieco nel suo film, “La Macchinazione“, dichiara: “… La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra …”

Si potrebbe dire che Teorema è anche una provocazione anarchica contro lo Stato, le sinistre, le destre, la chiesa, soprattutto contro il sistema consumistico di oggi che ha portato non solo il Bel Paese in un “Progresso senza Cultura“, sempre per dirla con Pasolini.

Roberto Bellassai


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