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SIMULO …… ERGO SUM!

Da diversi mesi, dopo che Evarco, in un suo contributo ad un mio intervento, si era chiesto cosa costituisse l’identità netina, ho iniziato a osservare in questa chiave molte vicende della vita pubblica di questa nostra cittadina. Già il concetto stesso di identità ad un livello di aggregazione come quello comunale, assume connotati difficilmente definibili, tanto da apparire velleitario riuscire a circoscriverlo senza scadere in superficiali luoghi comuni e categorie, facilmente attribuibili anche ad altre realtà. L’identità territoriale è un valore riconoscibile, in quanto associabile ad una particolare area geografica e ivi definito dall’esistenza ed interazione di risorse umane, sociali, culturali, economiche ed ambientali. Il concetto assume quindi un carattere dinamico, costituendo la transizione tra stati (e non la stabilità) la condizione normale di tutti i fenomeni naturali e sociali. L’identità territoriale può quindi mutare nel tempo e possono fluttuare anche i suoi confini geografici di riferimento. A livello di identità locale, come quella scaturente dall’associazione all’area geografica del nostro comune , ci si deve quindi chiedere cosa oggi possa costituire questa fantomatica “identità netina”. La storia degli ultimi secoli di Noto, ha visto fondamentalmente un inesorabile decadimento del suo “peso” territoriale nel contesto geografico di questo estremo lembo di Europa. Dopo alterne vicende Siracusa ha preso il suo definitivo sopravvento, comunque fondato su validi presupposti storici e demografici. La novità degli ultimi cinquant’anni è stata senza dubbio la veloce crescita economica, demografica e sociale di altre municipalità vicine (Avola, Pachino, Rosolini) a fronte della quale si sono manifestati una sconcertante paralisi dell’iniziativa economica e un progressivo decadimento sociale e demografico. Un passaggio cruciale è stato quello della repentina disgregazione dei secolari latifondi feudali in cui era suddiviso il nostro territorio, di quelle “amministrazioni” (oggi le chiameremmo grosse aziende agricole), che ha creato, quasi di colpo, una nuova classe di proprietari di fondi, una miriade di piccole aziende a conduzione familiare (quasi sempre i precedenti livellari) che hanno dovuto aspettare alcuni decenni, fino agli anni ‘70 per cogliere i frutti dei loro sacrifici. Intanto la vecchia Noto in cui erano concentrati i licei e le scuole professionali di tutto il circondario, non era più tale a partire dagli anni ’60-‘70. Nel contempo la “vecchia” Noto, quella dei nobili, della contigua alta borghesia e dei pretendenti tali, continuava a sopravvivere in barba alla storia ed alle dinamiche sociali che sconvolgevano la nazione e perfino i paesi vicini. Una classe nobiliare ormai decaduta, sia economicamente che culturalmente, a volte anche moralmente, sicuramente non più in grado di recitare alcun ruolo di spicco in una società in cui la nuova classe dirigente, costituita dai nuovi ricchi, prendeva il totale sopravvento. Un tempo la borghesia arricchita, come testimonia la storia della famiglia Villadorata, proprietaria di diverse tonnare, per integrarsi all’illuminata nobiltà era disposta anche ad acquistare l’agognato titolo, non disdegnando però di assumerne anche l’esclusivo livello culturale. Dal dopoguerra in poi, tranne pochissime eccezioni, la classe nobile netina è colata a picco e con essa la classe borghese più illuminata, cioè quella che ormai aveva assunto il ruolo di classe dirigente. Poche eccezioni, pochi sprazzi di luce (Sallicano, Passerello e “pezzi” di Leone a Noto, Sgroi ed altri illustri che hanno caratterizzato le comunità di netini nel continente) in un piattume ed in una  mediocrità generale disarmante, sia culturale che politica. Nella staticità della società netina, di regola i nuovi ricchi non hanno mai teso ad affrancarsi anche culturalmente dalla loro precedente condizione sociale. La scorciatoia più facile e praticata è stata quella di inseguire le effimere attestazioni del raggiungimento del nuovo status sociale. Così a Noto, più che nel circondario, si sono sviluppati i cosiddetti club service (per intenderci Lions e Leoncini, Rotary e Rotaract, Kiwanis, Val di Noto, Fidapa). Tutte associazioni sulla carta dedite a meritorie attività sociali, nella realtà locale (non ho statistiche in altre realtà territoriali) prova inconfutabile della sostanziale inutilità e inconsistenza culturale di una classe borghese autoreferente del “lei non sa chi sono io”, prodiga solo a creare occasioni conviviali, a fare qualche colletta a favore di qualche sfortunato, ad organizzare avvincenti conferenze mediche (magari sullo stato della ricerca riguardo alla demenza senile) o a finanziare e promuovere memorabili restauri, come quello della “fontana muta” lungo il Corso. Nel frattempo le frange più estreme delle classi meno abbienti, quelle confinate nelle amorfe e alienanti nuove periferie cittadine , continuano a sprofondare in un incontrollabile stato di abbrutimento sociale, culturale ed economico che li sta omologando alle peggiori realtà sociali di Avola e Pachino. In questo quadro di riferimento, la politica espressa a livello locale, spesso specchio dei peggiori difetti della “società civile” tenuta a rappresentare, è affondata nelle nebbiose paludi in cui si aggirano da decenni i medesimi tristi figuri, al cui innegabile merito di saper mantenere un sufficiente consenso elettorale, non corrisponde alcuna tensione morale, alcuna competenza specifica di livello accettabile, alcuna sensibilità culturale e amministrativa. Una classe politica cronicamente allo sbando, essendo ormai interessata senza ritegno e dignità all’inseguimento della forza politica al momento più in auge e al mantenimento della poltroncina così “meritatamente” raggiunta. Qualcuno diceva che solo i cretini non cambiano idea. Se per i politici “idea” equivale a “casacca”, possiamo dire di essere governati da un manipolo di geni. Lo so, sono scaduto nella solita retorica antipolitica, magari venata di “grillismo” o di “funarismo”. E’ facile criticare, specie dal basso di un nickname in un blog, chi nel sociale “ci mette la faccia”, perché, si sa, “chi ha i piedi cade”. Ma visto a quali illustri personaggi appartengono questi fallaci piedi, siamo sicuri che dobbiamo rassegnarci a questo premeditato suicidio collettivo? E le strade per tentare di disimpegnarci da questo evidente sfacelo sono le solite fino ad oggi battute? Forse dovremmo prendere atto che le solite logiche di partito, che hanno fatto e stanno facendo la fortuna di altri comuni vicini (Avola, Rosolini, Ispica, Modica, ecc.), a Noto non funzionano e la rendono al pari di una colonia elettorale con esponenti politici locali dotati della medesima autonomia di movimento di un pesce rosso appena acquistato nel suo sacchettino d’acqua. Prova ne è, se ancora necessario, l’improvvisa armonia post-elettorale in questi giorni ritrovata da questa maggioranza, fino a poche settimane fa litigiosa, pretenziosa e pretestuosamente in disaccordo. Pare che qualche mattino fa, dopo una notte costellata da strane apparizioni in sogno, si siano tutti risvegliati invocando al miracolo e con una nuova serenità d’animo (persino Micale) che li ha resi irresistibilmente propensi al raggiungimento di un nuovo comune accordo. Niente a che fare quindi con le malevoli dicerie che attribuiscono questa nuova stagione politica a precisi e inappellabili diktat dei boss provinciali. Come possiamo pensare che ognuno dei nostri non abbia la propria autonomia di pensiero e una propria dignità da salvaguardare? Qualcuno allora dirà, ecco il solito fautore di effimere liste civiche, magari di un’altra “date un container a rosina” o qualcosa di simile. A livello locale è sempre meglio un bel partito che dà l’illusione di appartenere a qualcosa di nobile e grande in una logica non becera come può apparire quella localistica, scordando (o facendo finta di scordare) però che l’esercizio locale di questi nobili e grandi intendimenti deve sempre fare i conti con pervasivi e totalizzanti meccanismi di potere e di mantenimento di gerarchie che poco hanno a che fare con i nostri migliori propositi e ideali. In sostanza all’interno di un tradizionale partito, il mezzo, l’accessorio, divengono il fine ultimo annichilendo e mortificando il vero scopo iniziale che altro non era che l’attuazione pratica di una visione di società. Ma qualche furbetto dirà che nelle ultime tre sindacature, due sono state associate a liste civiche. Ricordiamo però che ambedue, almeno nelle elettorali manifestazioni di intenti, dichiaravano di essere strettamente collegate a “nobili” partiti. E la forza di queste dichiarate connessioni ha dato la misura della debolezza di quei sindaci. E’ innegabile che il sindaco politicamente più forte è stato Leone con il suo esclusivo rapporto con la sua “Noto Nostra”, mentre i più deboli sono stati proprio quelli (Accardo prima e Valvo oggi) che hanno puntato sulle tradizionali coalizioni per giunta farcite dai soliti “politici” telecomandati, anche da più parti, quando non impegnati in ponderate e sofferte “transumanze”. E che dire delle nuove leve? Tutte succube, a vario grado e senza eccezioni, di padrini, padri e mentori. In tal senso, per la politica locale, per l’amministrazione cittadina (quella regionale e nazionale per me è altra cosa), poco mi interessano le polemiche che stanno accompagnando la gestazione del PD locale. So solo che a Noto, questo (futuro?) partito è completamente orfano della sua componente centrista e cattolica per la sventurata storia della Margherita disgregatasi con Noto Nostra. Ne consegue, come giustamente affermato da qualcuno su questo blog, che l’unica vera identità mantenibile dal PD a Noto è quella del vecchio DS, senza ricorrere a ipocrite recite con lo scopo di convincere (chi?) che la fase costitutiva comprende anche la valorizzazione di altre componenti (magari già in fuga verso lidi più rassicuranti). Non capisco quindi se nell’ottica di una dimensione locale, Maronas e Campisi siano coscienti di cascare nella tragica illusione di volere cambiare la natura dello scorpione che doveva guadare il fiume in groppa alla rana. Torniamo perciò al tema della definizione di un identità locale per Noto e il suo territorio. Di certo un elemento caratterizzante per Noto rispetto a tantissimi altri comuni, è il possesso di un vastissimo territorio (il secondo assoluto in Sicilia dopo Monreale). Una risorsa economica, culturale e ambientale spropositata e immeritata per un comune gestito come il nostro. La presenza contemporanea di contesti ambientali così disparati: dalle zone umide alle cave, dalle spiagge all’altopiano ibleo. La presenza di notevoli risorse archeologiche: da Noto Antica a Eloro, da Monte Finocchito alla Villa del Tellaro. Queste ed altre risorse legate ad un territorio cosi vasto, devono essere considerate e gestite con la dovuta attenzione. Magari superando il tabù di volere a tutti i costi trattenere le parti meno pregiate, trascurando invece immense risorse come le rovine di Monte Alveria. Basta soltanto soffermarci a pensare cosa potrebbe significare per l’economia locale, potere contare su un immenso museo tematico come quello costituibile rinvenendo e valorizzando opportunamente i reperti di Noto Antica. Tutto invece lasciato inspiegabilmente ai nostri posteri. Quello che mi deprime, ormai irrimediabilmente, è la comprovata consapevolezza che chi ci governa e che potrebbe continuare a governarci, al di là del presumibile valore personale, non ha alcuna valenza e capacità per la comunità cittadina. Ben che vada solo azioni dettate dal buon senso e dalla buona fede. Iniziative del tutto simili a quelle che prenderebbe il mio stimato bottegaio, quando gli sento affermare con una certa solennità la fatidica frase “se fossi io a comandare saprei subito come cambiare la situazione di questo paese, la prima cosa sarebbe …”. Purtroppo per molti dilettanti allo sbaraglio e pretendenti tali, devo dire che una classe dirigente non può improvvisare competenze e sensibilità amministrative in virtù delle investiture elettorali. Un amministratore accettabile, che non deve essere un tuttologo, deve però possedere dei rudimenti di metodologie di approccio ai problemi, senso della misura, equilibrio e, perché no quando serve, anche una buona dose di sfacciataggine e di coraggio. Devo invece constatare che anche negli ambienti culturalmente più attrezzati, a Noto, si ragiona in termini di qualità e quantità delle apparenze come unico metro e riscontro della validità dell’azione amministrativa. Come se un funzionario di banca si limitasse a valutare la solidità economica di un debitore solo per il suo vestito griffato e per il Rolex al polso. Ma non dimentichiamo che siamo la Noto dei club service. Pellicce, macchine e cravatte firmate sono le cose importanti, per cui interessiamoci delle apparenze, dell’illuminazione “artistica”, senza pensare quanto ci costa ogni sera l’accensione di tutte queste lampadine e quanto ci costa la loro inevitabile manutenzione sicuramente condizionata dal monopolio di una nota multinazionale per lampade ed accessori. Interessiamoci di dare la cittadinanza a Tobriner, o di ritirare un “notissimo” premio indetto da qualche altrettanto nota associazione. Nel frattempo ignoriamo l’abusivismo dilagante in alcune zone cittadine e in alcune parti del territorio e il sostanziale stato di illegalità in cui permane da alcuni anni l’edilizia di una Noto in attesa di un PRG che non arriva mai. Ci preoccupiamo degli inopportuni odori di salsiccia lungo il Corso, il nostro invidiato salotto, e ignoriamo che l’ente Comune è sull’orlo del tracollo finanziario senza che si veda una via d’uscita. Allora istituiamo un bell’assessorato dedicato ai rapporti con la Chiesa (a cosa serviva?) ignorando il territorio e giustificando così le spinte centrifughe di alcune note zone marine e montane. Istituiamo nuovi organismi per la gestione di Vendicari e manteniamo le condizioni perché tanti irresponsabili, in assenza di una valida alternativa, decidano di utilizzare qualsiasi anfratto del nostro territorio come deposito di cumuli di rifiuti. Proclamiamo nuovi metodi nell’esercizio della politica e dopo neanche un anno accogliamo nella maggioranza i peggiori nemici di prima (a fronte di quale contropartite?). Simbolo involontario di tale evanescente capacità di amministrare “a braccio” è diventato proprio il sindaco in carica che, entrato nelle sabbie mobili della ricerca di improbabili equilibri politici, non è riuscito più a tirarsene fuori, per cui giocoforza, anche se animato dalle migliori intenzioni e anche se dotato di ancora sconosciute capacità amministrative, si limita ad attività di ordinaria amministrazione e a periodiche “sparate” populiste, contornato da “forse di nuovo” assessori di un livello che non ammette di coltivare alcuna speranza per il futuro della città. Ma se per la maggioranza c’è da piangere , direi che per l’opposizione e per buona fetta della “società civile” non c’è proprio nulla da ridere. Dilettanti o eterni gregari, “clienti” o superficiali cultori delle apparenze, non sembrano costituire l’auspicata premessa ad un alternativo governo della città. Politici alla vecchia maniera, smaliziati da pessime esperienze personali e da cattive frequentazioni, pensano tutti di potere risvegliarsi solo a due mesi dalle elezioni e compensare così gli effetti del lungo e colpevole letargo da poco trascorso. Finisco qui, per ora, le mie lamentiadi. E’ quasi superfluo, dopo quanto fino ad ora affermato, ribadire che vedo di buon occhio l’iniziativa del nostro Evarco, anche se ritengo essenziale collegarla ad altre simili già presenti e ad altre che spero si presentino nel cupo panorama politico netino. Devo però confessare che , a differenza di quanto prospettato nel mio primo e ormai remoto intervento su questo blog, visto il contesto in cui ci dibattiamo e le condizioni al contorno, non sento più quella leggera brezza di primavera che mi faceva sperare per il futuro di questa città. Alla mia età voglio essere contraddetto dai fatti e, fatemi il piacere, non nel medio termine.

Dallo storico di www.notolibera .it del 19/07/2008

http://www.notolibera.it/dblog/articolo.asp?articolo=663


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