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RILANCIARE LA DOMANDA INTERNA

euroDalla conferenza stampa mensile di Mario Draghi giovedì 7 marzo, abbiamo avuto la conferma delle aspettative dei mercati, ovvero che la Bce non intende per ora cambiare i tassi di interesse, nonostante i livelli attuali del costo del denaro favoriscano il rialzo del cambio dell’ euro e quindi rendano le merci europee sempre meno competitive fuori dell’ area. Questo, come si sa, fa soffrire assai di più le esportazioni di paesi come Italia e Francia e assai meno quelle tedesche o austriache, o anche di altri paesi nordici, che basano la propria competitività assai più sulla qualità e assai meno sui prezzi.

Ora che a Tokyo Shinzo Abe ha dato il benservito al vecchio governatore e insediato al timone della banca centrale un nuovo team convinto della necessità di stimolare una inflazione fino al due per cento annuo, mettendo fine a due decenni di aspettative deflazionistiche, in Giappone può forse ripartire il circolo virtuoso che rese il paese imbattibile sui mercati mondiali: una rimessa in moto delle economie di scala nella produzione, mossa dalla ripresa della domanda interna che permetta alle imprese giapponesi di abbassare i costi, vendendo a prezzi remunerativi ai clienti giapponesi e allo stesso tempo abbassando i prezzi praticati alle esportazioni.

Per aver creato un modello che mostrava esattamente queste abitudini delle imprese giapponesi negli anni ruggenti prima del 1990, a Paul Krugman fu assegnato il premio Nobel per l’ economia. A causa di vent’ anni di deflazione interna, le imprese giapponesi quel modello non hanno più potuto praticarlo, e hanno perso l’ aggressività che le rendeva tanto temibili negli anni 70-80. Vedremo se Abe saprà risuscitare il passato. Dalle prime statistiche su domanda interna e produzione, appena uscite, sembrerebbe di si.

Alle imprese europee invece le cose sono rese certamente più difficili dalla linea della Bce, che mentre predica la necessità di intervenire a salvataggio di banche e debiti sovrani in crisi con iniezioni di liquidità massicce che riescano a invertire la tendenza del mercato a segmentarsi secondo i confini nazionali, dichiara l’ indisponibilità a migliorare con le proprie azioni la domanda interna in stato semicomatoso che sta aggredendo sempre più paesi dell’ Unione, e di cambiare quindi – come vuol fare Abe per quelle giapponesi – le prospettive delle imprese europee di vedere aumentata la domanda interna dell’ area.

Draghi sembra essere ancora convinto, interpretando l’ animus dei paesi nordeuropei che sembrano essere tornati al clima di superiorità morale dei tempi dell’ etica protestante messa da Max Weber alla base dello sviluppo del capitalismo, che la carità comincia a casa propria e che l’ altruismo non è una forma più intelligente di egoismo. Che Keynes, in altre parole, o le encicliche dei papi del novecento, siano sorpassate dalla globalizzazione che ha reso impraticabili le loro ricette per il superamento della deflazione. La carità comincia a casa propria, egli sembra dire, e a chi cade si dà un aiuto, che gli consenta di non morire di inedia ma certo non tale da permettergli di sfidare paesi basati sul risparmio e non sul debito.

Dopotutto, se è dov’ è, Draghi lo deve in particolare alla fiducia dei grandi creditori nordici. Quindi, egli salverà le loro banche e quelle del resto dell’ area, se avranno di nuovo bisogno di aiuto, e metterà un pavimento sotto il debito pubblico dei grandi debitori meridionali, senza pregiudicare la giustizia dei mercati, come si suppone che funzioni. Arriveremo quindi a settembre, al giorno delle elezioni tedesche, senza drammi ma col rischio assai più che probabile che la domanda estera si affievolisca, moltiplicando la spinta recessiva all’ interno dell’ euro, e colpendo persino le esportazioni tedesche. In Cina ci si prepara a restringere la politica monetaria. Gli ultimi dati già indicano un forte regresso delle importazioni e un forte progresso delle esportazioni, segni entrambi di domanda interna debole. Negli Stati Uniti le elezioni sono ormai vinte e Obama può dedicarsi ad altri obiettivi fidando sulla competitività data dal dollaro basso, cercando il modo per ridurre a più miti consigli gli estremisti repubblicani portandoli ad un accordo che permetta di superare il fiscal cliff, la cui applicazione ha cominciato a mordere.

D’altro canto, il Beige Book della Fed della settimana scorsa, rassicura sulla tenuta della produzione, dei consumi interni e delle esportazioni, anche se mette in guardia contro la ripresa lenta dell’ occupazione, con le imprese non ancora abbastanza fiduciose da rilanciare pienamente la produzione, anche se migliorano la competitività togliendo macchinario vecchio e sostituendolo con macchine nuove, magari importate da Germania, Giappone, Italia. Ma non basta agli spossati produttori italiani lo stato della domanda estera per le loro merci. Molto servirebbe lo schiarirsi dell’ orizzonte interno. Ma qui è ancora buio pesto e minaccia di restare tale, mentre le forze politiche vecchie e nuove si sfibrano nelle consuete tattiche, come se il tempo non passasse. D’ altronde, nel vecchio sport sembra trovarsi molto a suo agio il Movimento Cinque Stelle, dal quale pur ci si aspettava maggiore propositività viste le credenziali illustri dei suoi presunti consiglieri economici internazionali, le cui posizioni keynesiane sono note e rispettate nel mondo intero. Ma tant’ è. Al vizio nazionale, malgrado le dichiarazioni bellicose, non si sfugge.

www.micromega.it


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