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MOLLY BLOOM

Nella Sala Giuseppe Di Martino, a Catania in via Caronda 82, da anni opera Il Centro Teatrale Fabbricateatro, si entra da una piccola porta che introduce in dei locali fatte da piccole stanze, con corridoi e scalette, da atmosfere un pò Kafkiane, in cui si respira l’aria delle famose “Cantine romane“ dell’Avanguardia teatrale degli anni settanta, dove negli ultimi mesi dell’anno appena scorso sono stati rappresentati “Il Processo” e “Lettera al Padre” di Franz Kafka.

Il 23 Febbraio c.a. è stato rappresentato un altro lavoro teatrale dal titolo: “Molly Bloom – Il divino è femmina”, dal XVIII capitolo del Romanzo Ulisse di James Joyce, per le Regia di Elio Gimbo, con Sabrina Tellico e Cinzia Caminiti, scene di Bernardo Perrone e aiuto Regia di Nicoletta Nicotra.

In una piccola Sala con una scena arredata da una pedana rettangolare, con una cassa che fa da letto a Molly Bloom e una carrozzella con dentro un uomo impagliato, che rappresenta Leopold Bloom, il marito di Molly Bloom, con tutto attorno seduti nelle panche un pubblico attento, che assiste in assoluto silenzio, entrano due Molly Bloom, la Molly che sogna e canta una canzone dalle arie Mediterranee, che poi si mette a tessere la tela come Penelope, aspettando l’arrivo di Ulisse, e la Molly che pensa e agisce, che entra quasi tutta nuda, di una nudità che da corpo alla sua nudità interiore. L’una è il doppio dell’altra, in ognuna c’è la compresenza dell’altra Molly.

Il monologo di Molly Bloom che Joyce scrisse ispirandosi a sua moglie, Nora Barnacle, e a Livia Veneziani, moglie di Italo Svevo, è un lungo monologo interiore basato sul flusso di coscienza che crea e stabilisce una intensità e un campo di energia tra la scena, l’attrice e il pubblico presente, grazie alla singolare interpretazione di Sabrina Tellico che, con un linguaggio espressivo e armonioso, in sintonia con il corpo, la parola, il sentimento, il gesto, le urla, i suoni, i colori, e con un cambio di toni di voce, che gestisce con molta naturalezza, apre punti, linee e vie di fuga che gli permettono di lasciarsi andare alle fantasie, ai sogni erotici, ai ricordi del piacere sessuale, facendo scorrere i pensieri e le emozioni che sono rivolti al marito e ai molti uomini della sua vita, ma anche a persone che sono in relazione con loro, di cui ne fa quasi un elenco facendone delle dettagliate cartografie, divenendo altra da sè.

Pensa alla condizione della donna che paga, non solo storicamente, con la gravidanza il prezzo delle relazioni e del piacere, rivendicando il primato del corpo e del piacere sessuale nei confronti di una spiritualità che per secoli e secoli l’hanno scalzata subordinandola a una spiritualità che alimenta dei riti vuoti, espropriandone la vita reale.

Il linguaggio del monologo di Joyce, come pensiero nomade e cifra labirintica, si apre oltre che ai vari significati, ai significanti, si avventura metamorfizzandosi, divenendo nel presente come nel passato, contemplando nella donna la dimensione della compresenza di altri vissuti e di altre civiltà che potenzialmente sono in lei.

Nel presente c’è la dimensione storico – culturale, che fa riferimento alla donna che si ribella, che lotta culturalmente e politicamente, per divenire realmente donna, per dirla con Simone de Beauvoir.

Nel passato c’è la donna pre – Greca, quella Greca, ma anche quella tra il Neolitico e quella prima ancora della nascita degli Stati, cioè quella donna delle civiltà Gilaniche, autorganizzate, Anarchiche non – violente, in cui uomini e donne avevano gli stessi diritti, dove la donna era venerata come una Dea, senza alcun Dio che faceva da sovrastruttura o da Potere. Nell’Isola di Creta, fino al 1500 a C. si registra storicamente l’ultima realtà delle civiltà Gilanica.

Una delle tante vie di fuga che cresce come rizoma nel monologo di Molly Bloom, e Sabrina  Tellico ne diviene lo strumento e il canale, è quella del fluire del linguaggio attraverso le avventure di un linguaggio sempre nuovo, che incrocia altri linguaggi, per creare se stessi, per potere dire si alla vita, alla vita in vita.

Il Centro teatrale Fabbricateatro, elabora e rivisita il teatro classico, quello popolare e le Avanguardie, quelle Avanguardie che sono venute fuori in Italia dal Gruppo 63, che organizzò un Convegno a Palermo, in cui si affermarono nuovi linguaggi e nuove espressioni nel campo della letteratura, e il Convegno sul teatro di Ivrea 67, sollecitato con Appelli e voluto da tutta l’Avanguardia teatrale che proponeva il rinnovo dei materiali linguistici, la pratica dei laboratori e della sperimentazione, e soprattutto che il teatro doveva arrivare, tramite la ricerca, l’interpretazione, la sperimentazione e la rappresentazione, alla contestazione assoluta e totale di ogni forma di potere.

Queste le mie impressioni su Molly Bloom messo in scena dal Centro Teatrale Fabbricateatro.

Roberto Bellassai

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