Le cinque paginette della Commissione dei garanti sono illuminanti: da un lato (i garanti del Pd) si ammettono i brogli e dall’altro (il Pd) si spernacchia l’imbrogliato. Non fa una piega.

Il consiglio di amministrazione della Coca Cola che corre a votare il presidente della Pepsi non si vedrà mai, e se un giorno alla Samsung facessero le primarie per eleggere i loro vertici, si può star certi che ai dirigenti di Apple sarebbe impedito il voto.

 

In America nessun repubblicano va a votare alle primarie dei democratici. La grande lezione di democrazia e di società aperta che ci viene dal Pd, dunque, è quella che i suoi dirigenti, segretari e candidati governatori possano essere scelti anche dagli avversari politici, speranzosi di qualche accordo o larga intesa.

Ma lasciamo stare per un attimo la certificata truffa ai danni di questo o quel candidato, e pensiamo per un attimo al trattamento riservato all’elettore del Pd che va, convinto e determinato, a votare per indicare democraticamente il suo candidato alle regionali.

Come si sentirà? Forse come uno che va all’assemblea di condominio e scopre che tutti i condomini dei palazzi vicini potevano votare, e hanno deciso di fargli un garage multipiano in giardino. Ecco.

Qualunque onesto, convinto e responsabile elettore del Pd dovrebbe sentirsi un po’ offeso.

Ciò riguarda, forse e soprattutto, la stessa filosofia delle primarie, che per anni e anni è stata uno degli argomenti forti del centrosinistra contro il centrodestra. “Noi facciamo i congressi”, “Noi facciamo le primarie”, erano mantra ossessivi sì, ma veritieri: da un lato una destra di proprietà di Berlusconi, e dall’altro una sinistra della base, capace di scegliersi i capi con libera espressione del voto interno. E da qui, una specie di “primato”, se non morale almeno politico: una base consapevole sembrava assai meglio sia delle decisioni prese in villa prima dopo (o durante) le cene eleganti, sia delle consultazioni online grillesche a cui partecipava lo zero virgola degli elettori complessivi del movimento.

Ora (non solo la Liguria, ma Roma dopo quel che è emerso dalle inchieste, Napoli nel 2011, il dibattito serrato se farle o no in Campania) quel “primato” non c’è più, e il centrosinistra perde un argomento forte, annichilisce una differenza notevole con i suoi avversari. Il che – essere sempre meno diversi dalla destra – va d’accordo, e parecchio, con la linea politica dell’attuale vertice del partito: una larga intesa perenne, ricercata con costanza, non solo sulle questioni di tattica e strategia politica, di patti segreti, di accordi, ma anche sul piano ideale e sull’idea di democrazia.

Il dibattito su quanti elettori del Pd andrebbero un domani con Civati, con Cofferati, con Fassina e forse Landini, o questo o quello, non è troppo appassionante. Ma vedere come quegli elettori reagiranno a una specie di mutazione genetica del loro partito sì, sarà istruttivo e interessante.

 Giornalista www.ilfattoquotidiano.it