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DAL VELTRUSCONI AL RENZUSCONI

renzi-berlusconi-2Consideriamo alcuni postulati dell’attuale scena politica. Primo: la riforma elettorale da sola non basta, sono necessarie alcune modifiche istituzionali. In realtà potrebbe anche bastare, ma i protagonisti principali vogliono soprattutto le riforme istituzionali e usano la legge elettorale come scusa per farle. Poi naturalmente bisogna vedere quale riforma elettorale e quali riforme istituzionali. Su ciò torniamo più sotto. Secondo: per fare le riforme ci vuole il dialogo con tutti perché le riforme devono avere il consenso più vasto possibile; quindi prima di tutto dialogo con il leader di maggior rilievo nell’opposizione. Dal punto di vista del metodo non farebbe una grinza. Il problema è che costui è un soggetto che in qualsiasi altra democrazia non avrebbe mai potuto svolgere il ruolo che qui gli viene riconosciuto senza difficoltà da tutto il ceto politico. Bertinotti può continuare a ripetere che Berlusconi è l’alfa e l’omega della politica italiana ma ciò non può far dimenticare che un monopolista televisivo al vertice del potere politico, o anche solo al vertice dell’opposizione, è un nonsenso per qualsiasi democrazia. Si ribatte che è stato eletto e che nessuno può annullare la volontà di milioni di elettori. Ma la stranezza della nostra situazione è che lui non aveva alcun diritto a ricevere quel voto: sotto il profilo tecnico perché era ineleggibile; sotto il profilo sostanziale perché era incompatibile con ruoli di governo. L’autolesionismo fisiologico della classe dirigente di centrosinistra si spinge al punto di considerare ormai un titolo di merito l’anomalia del monopolista in politica. Invece di mettere in evidenza che il recupero finale di Berlusconi nell’ultima campagna elettorale dipende, oltre che dall’idiozia del centrosinistra medesimo, anche dal suo personale strapotere mediatico, i dirigenti dell’Unione si sbracciano a riconoscergli la bravura nell’usarlo. Manierismi del pensiero subalterno. In ogni caso è sperabile che chi si accinge a discutere con lui riforme profonde tenga conto di due elementi essenziali. La sua conclamata totale inaffidabilità (ne sa qualcosa D’Alema). E soprattutto la necessità di garantire nel modo più trasparente l’assenza di qualsiasi accordo di scambio tra la partecipazione alle riforme e la rinuncia a leggi severe su conflitto d’interessi e reti televisive. Il minimo sospetto su questo può avvelenare per sempre i rapporti tra classe dirigente e opinione pubblica di centrosinistra. Vediamo ora la legge elettorale. L’intesa tra Veltroni e Berlusconi è sfacciata e maldestra. Sfacciata perché mira a distorcere il rapporto tra voto e seggi a favore del partito più grande: sei voti dati a loro varrebbero sette e quindi avrebbero più seggi che voti. Al contrario, per tutti i partiti piccoli sei voti varrebbero cinque e quindi avrebbero meno seggi che voti. Strano modo di intendere il proporzionale. Maldestra perché, come ci si poteva attendere, non è passata inosservata e quindi ha prodotto una diffusa ostilità verso il disegno proposto e i suoi sostenitori. Quindi: meno male che è maldestra. Ma i due perseverano. Come? Vediamo. Un mancato accordo porterebbe al referendum e al probabile successo del Si: quindi il premio di maggioranza andrebbe non alla coalizione ma alla lista che prende più voti. Questo sistema può portare a due diverse conseguenze. In un’ipotesi le due coalizioni diventerebbero due sole liste, e in questo caso la disomogeneità e litigiosità interne alle coalizioni si riprodurrebbero pressoché uguali nelle due liste. E’ il teorema di Mastella e di tutti i piccoli gruppi: credete di farci paura col referendum? Ma voi avete bisogno di noi per vincere e quindi entriamo tutti nella stessa lista e vi condizioniamo come prima. Nella sola altra ipotesi possibile invece le due probabili liste maggiori impediscono agli altri di entrarvi: mantengono la loro omogeneità ma rischiano di perdere. Qui si aprono due altre possibilità. Gli elettori incerti di entrambi gli schieramenti per avere una speranza di vittoria concentrano i loro voti sulle due liste che hanno possibilità di vincere: in questo caso tutti gli incerti di centrosinistra si sentirebbero costretti a votare per il Partito Democratico, e tutti gli incerti di centrodestra per il sedicente Popolo della libertà. In pratica qualche milione di elettori sarebbe costretto a votare per una lista per cui in condizioni diverse non voterebbe mai. L’altra possibilità è che gli elettori si rifiutino di farlo, ma non votando per l’unica lista con possibilità di vittoria condanneranno il loro schieramento alla sconfitta. Ebbene, Veltroni e Berlusconi con parole quasi identiche hanno sfidato i loro alleati proprio su questo terreno. Hanno entrambi detto: voi non volete la riforma che piace a noi ma se ci sarà il referendum e vincerà il Sì non crediate di poter fare la corsa a entrare nelle nostre due liste; sia il Partito Democratico sia il Popolo delle libertà non accetteranno ingressi di forze disomogenee. E’ questa la teoria cosiddetta del partito a vocazione maggioritaria. Da questa chiarezza si ricava per noi una lezione. Se si andrà al voto prima che il governo attuale abbia recuperato (se mai vi riuscisse) il consenso perduto, Veltroni guiderà il nostro schieramento alla sconfitta. E così si vedrà che avere un partito a vocazione maggioritaria è un ottimo requisito per condannare il proprio schieramento alla minoranza parlamentare. Se Veltroni persisterà in questo orientamento sarà evidente che non giudica motivo di preoccupazione la possibilità che Berlusconi vinca alle prossime elezioni. Questo è un punto decisivo per valutare tutte le prospettive future e in particolare l’intesa con Berlusconi stesso sulle riforme istituzionali. Quindi vediamole. Le modifiche alla Costituzione sono essenzialmente tre: riduzione del numero dei parlamentari; superamento del bicameralismo perfetto; premierato con diritto di nomina e revoca dei ministri. Sulle modifiche costituzionali grava l’ombra della riforma costituzionale bocciata nel referendum. Tanto per non dimenticare, Veltroni l’aveva pubblicamente apprezzata, e non era il solo nel centrosinistra. Quindi il cittadino di centrosinistra, divenuto sospettoso, può pensare che ci venga ripresentata la riforma già bocciata. In realtà questa ha un disegno meno grossolano e qualche furbizia in più. La riduzione del numero dei parlamentari è una misura che vuole platealmente accogliere e smorzare le proteste della cosiddetta antipolitica. Di tutte le misure per ridurre i costi della politica è la meno incisiva e al contrario ha l’efficacia finale di rendere più compatta l’oligarchia. Il superamento del bicameralismo perfetto ha molte giustificazioni in termini di efficienza parlamentare, a patto di voler trascurare quante volte pessime leggi licenziate da una Camera sono state migliorate dall’altra. (Ma a essere sinceri si dovrebbero contare anche i casi in cui sono state peggiorate: vedi i tagli ai costi della politica che secondo Rizzo e Stella, oggi sul Corriere, sono stati a loro volta tagliati). L’obiezione a questa proposta non riguarda tanto la riduzione a una sola Camera legislativa generale, quanto l’indeterminatezza del futuro Senato, delineato in modo frettoloso e opaco. Il premierato va invece preso molto sul serio. Non c’è più per fortuna il peso del premier nello scioglimento delle Camere (che rendeva intollerabile la riforma precedente). Il punto dirimente è che la fiducia della Camera va non al governo ma al premier e ciò modifica prima il rapporto tra lui stesso e il governo ma di seguito anche il rapporto tra lui e la Camera. Ne deriva un’ambigua ma sostanziale lesione della sovranità del Parlamento: questa, comunque esercitata, resta sempre preferibile alla sovranità del premier. Ma oltre alle riserve disciplinari sul piano costituzionale c’è da considerare una profonda riserva politica. Perseguendo questo disegno in compagnia di Berlusconi, Veltroni non si pone nemmeno il problema che il potere rafforzato dell’esecutivo potrebbe capitare nelle mani dell’unico che in Italia non ne ha il diritto. Se ne trae la conclusione che riforma elettorale e riforme istituzionali non sono questioni tecniche da lasciare in mano agli specialisti, tanto più se quelli della nostra parte non hanno la lungimiranza di coglierne le più elementari conseguenze. L’opinione pubblica di centrosinistra dovrebbe seguire con molta maggiore attenzione tutta la vicenda e al momento opportuno, molto presto, sentirsi in dovere di manifestare il proprio pensiero con la massima decisione.


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