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CARTE SEGRETE

Fin dai primi anni Trenta, Tomasi di Lampedusa aveva intenzione di scrivere un romanzo che raccontasse lo sbarco di Garibaldi in Sicilia visto attraverso gli occhi del suo bisnonno.

Questa storia – che, secondo il progetto iniziale, avrebbe dovuto ambientarsi in un’unica giornata, sotto la suggestione dell’Ulisse di Joyce che Tomasi, rabdomante capace di percepire le più interessanti novità letterarie europee pur dalla estrema provincia siciliana, aveva apprezzato, poco dopo la sua pubblicazione – venne scritta da Tomasi negli ultimi trenta mesi della propria vita e venne pubblicata solo dopo la sua morte, decretando, per il suo autore, uno strano destino: quello di diventare “qualcuno” – e un “qualcuno” noto in tutto il mondo, visto il successo del romanzo in Italia e all’estero e, pochi anni dopo, del film di Luchino Visconti.

Nel concludere la sua recensione a Il Gattopardo, pubblicata nel dicembre del ’58 sul «Corriere della sera», Eugenio Montale scriveva: «Ed è un peccato che un breve riassunto non possa suggerire le qualità più alte di Lampedusa artista e moralista: la sua virtù di pittore di paesaggio e d’interni, il suo dono di far vivere una folla di figure che sono troppo vere, per essere semplicemente “veriste”».

In effetti, quando Giuseppe Tomasi, dopo le lezioni di letteratura inglese e francese svolte per uno sparuto gruppo di giovani, intraprese finalmente il suo vecchio progetto di scrivere un romanzo ‘storico’ sul proprio casato, «sentiva di non aver “più nulla da discutere né da insegnare né da imparare; voleva solo scrivere». L’opera che ne uscì non fu però un romanzo storico né un romanzo autobiografico, ma una storia che intendeva salvare qualcosa che stava ormai soltanto in lui – quella «intimità» sulla quale, più tardi, avrebbe fatto luce Francesco Orlando nel suo libro L’intimità e la storia – al di là della storia, al di là della stessa autobiografia: il senso della morte che si era sedimentato nel suo spirito, dopo la perdita della casa avita, il palazzo Lampedusa. Tutto Il Gattopardo è immerso in una atmosfera di morte che l’ironia, l’umorismo, il vitalismo diffusi non nascondono, ma esaltano ancor più. E tutta la storia è come percorsa, attraversata da un tourbillon fecondo di “altre storie”. Che sono i romanzi “mancati” che Lampedusa avrebbe voluto scrivere, e che non completò mai, inscrivendoli, però, dentro Il Gattopardo, affidandoli ai recessi e ai labirinti di una narrazione mitica e fluviale, alle “stanze” di un universo mobile e denso in cui è dominante la rievocazione – anzi, le evocazione – di elementi mitologici legati al vitalismo, alla rigenerazione e alla morte attraverso l’insistente rappresentazione di motivi artistici e decorativi. Ne risulta una macchina narrativa allucinata ed allegorica, disseminata di tracce che conducono ad altri libri e ad altre storie, inseminata dalle suggestioni e dalle parole dei grandi autori dell’Ottocento e del Novecento: Dickens, Stendhal, Proust, Joyce, De Roberto.

Dall’esame delle “carte segrete” di Lampedusa – l’epistolario pubblicato recentemente da Gioacchino Lanza Tomasi e Silvano Nigro, abbozzi e appunti di viaggio, uno zibaldone di spunti, idee e riflessioni – affiora un volto nuovo, inedito e sorprendente, del romanzo.

Da tale esame, che in modo particolare si concentra su metafore e su simboli che si ripetono in modo ossessivo entro le strutture narrative del romanzo, e che rimbalzano dall’epistolario allo zibaldone, emerge prepotentemente non solo l’antirisorgimentalismo del Lampedusa, ma anche il suo antifascismo. E anche alla Chiesa non vengono risparmiate dal Nostro note sarcastiche e polemiche.

Nel suo rapporto con la storia, Il Gattopardo risulta un testo più complesso di quanto possa sembrare ad una lettura superficiale, sia per la sua plurivocità, sia perché il Principe, che meglio di ogni altro rappresenta la visione propria di Tomasi di Lampedusa, nel corso del romanzo conosce una trasformazione non solo fisica e biologica (dal cinquantenne delle prime pagine all’uomo che sul letto di morte traccia un bilancio completamente deficitario della propria esistenza), ma anche ideologica.

Tale complessa partitura ideologica, letteraria, biografica, che rinvia a un mondo e ad un sistema culturale rappresentati nel momento del loro disfacimento e della loro fine, agita e scuote tutta l’opera, e  si deposita in un messaggio politico forte, profondamente contestativo ed “europeo”, sovversivo e radicale, che segna il distacco di Lampedusa dal milieu letterario ed idelologico entro il quale si situa gran parte dell’esperienza intellettuale di altri grandi scrittori siciliani come Verga, De Roberto e Pirandello.

Sulla strada delle denuncia degli esiti del Risorgimento nel meridione, e sui “presentimenti” nefasti dell’avvento del fascismo, che prendono corpo, tra le pieghe del romanzo, nell’ironica e sarcastica rappresentazione delle parate, delle schiere dei balilla «mirmidoni», della meschinità e mediocrità di «iene» e «sciacalli» che costituiscono la  classe dirigente del nuovo regime, la lezione politica di Tomasi di Lampedusa avrà un approdo felice negli esordi narrativi di Sciascia. Lo scrittore racalmutese  pubblicherà, infatti , nel 1957 su rivista e l’anno successivo, in volume, il racconto Il quarantotto, che narra la storia del barone Garziano, passato indenne dalla rivoluzione del ’48 e da quella garibaldina. Quando il protagonista aristocratico afferma: «Se rivoluzione dobbiamo fare la facciamo tutti, non vi pare?», è difficile non pensare alla frase che Tancredi pronuncia nel dialogo con lo zio e che, spesso citata a sproposito e con errori di attribuzione, è divenuta l’emblema del Gattopardo. Quella del ’48, più che una vera trasformazione, è «un modo di sostituire l’organista senza cambiare né strumento né musica», proprio come quella del 1860, nella quale, con un gesto che viene ripetuto anche dal Principe di Salina nel romanzo di Tomasi, basta mutare i quadri appesi alle pareti delle case aristocratiche, togliendo i ritratti dei re borbonici, per mettersi dalla parte del vincitore di turno ed accogliere Garibaldi (o i suoi ufficiali) nelle auguste dimore siciliane.

La storia dei rapporti di Sciascia con Tomasi di Lampedusa meriterebbe una ampia trattazione. Ma qui ci limitiamo ad evidenziare – oltre alla sintonia tematica tra due testi scritti in contemporanea – il progressivo avvicinamento dell’autore de Il Giorno della civetta all’ideologia de Il Gattopardo. Dopo la lettura “distante” – e per molti aspetti pregiudiziale, viziata da una lontananza sociale e politica – del 1959, Sciascia, per tappe progressive, si avvicina al pessimismo di Tomasi, fino a rendergli omaggio, pur senza citarlo esplicitamente, in Porte aperte, del 1987, utilizzando l’aggettivo più importante e significativo di tutto Il Gattopardo -che compendia mirabilmente il giudizio politico e morale sulla società, sugli uomini, su una cultura e su un mondo – definendo Palermo una città «irredimibile».

È sul terreno dell’antirisorgimento e della disillusione politica, sulla condanna di ogni impostura e di ogni mistificazione del potere e dei suoi emblemi, e di ogni forma di governo di una comunità che si regga sulla menzogna e sulla violenza,  che Sciascia entra in sintonia, a distanza,  con Il Gattopardo.

Accogliendo tale prospettiva, più tardi, e più distante, nei suoi romanzi storici, e, in particolare, in Privo di titolo, Andrea Camilleri, ricostruirà la grande impostura del regime fascista, con i suoi trasformismi e le sue meschinità, in  un fatto di cronaca avvenuto nel 1921 in Sicilia, intrecciando la storia di Gigino Gattuso, martire fascista «privo di titolo», con quella di Mussolinia, la colossale beffa  di una città, nei pressi di Caltagirone, della cui esistenza soltanto Mussolini fu illuso. E, qui, nella scrittura beffarda e graffiante di Camilleri, cogliamo l’ultimo, mirabile approdo della lezione del Gattopardo.

 Salvo Sequenzia


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