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ENIT, IL CARROZZONE DEL TURISMO

carrozzoneUn anno e mezzo e quasi cinque milioni di euro per scattare sette fotografie con cui sponsorizzare il turismo in Italia in otto Paesi (Germania, Austria, Repubblica Ceca, Polonia, Francia, Svezia, Regno Unito e Russia), finendo quando ormai la stagione turistica è iniziata e restando senza i soldi per comprare gli spazi pubblicitari: succede nel “carrozzone Enit, come il suo ex presidente Pierluigi Celli descrive l’agenzia nazionale del turismo in un’intervista ad Alessandra Arachi del Corriere della Sera. Nello stesso giorno su Repubblica è Fabio Tonacci a narrare i vari sprechi dell’Ente, che riceve ogni anno 20 milioni di euro di fondi pubblici, spendendone 18 in stipendi, indennità di missione e sedi estere.

Un Ente che avrebbe dovuto tappezzare le capitali europee con i suoi manifesti di Venezia, della Puglia, delle Alpi realizzati dall’agenzia Pomi-Blumm, ma che alla fine dell’opera, con mesi di ritardo, si ritrova  senza i soldi per comprare gli spazi su radio, tv, web e strade di Berlino, Vienna, Praga, Varasavia, Parigi, Mosca, Stoccolma e Londra.

In questi diciotto mesi l’Enit ha speso i 4,7 milioni di euro che sarebbero dovuti servire per pagare gli spazi pubblicitari per pagare gli stipendi. E ora si ritrova senza una lira.

Era il dicembre del 2012 quando l’agenzia annunciò l’iniziativa che prometteva di “rilanciare in grande stile il turismo italiano”. Lo scorso 14 marzo, la notizia: il direttore generale di Enit, Andrea Babbi, durante la conferenza stampa di presentazione, annuncia:

“Abbiamo scelto un format unificato, daremo all’estero un’immagine unitaria dell’Italia”. Ma: “Non abbiamo i soldi nel bilancio”.

Una situazione che ha portato anche alle dimissioni di Celli, già uomo chiave di aziende come Enel e Rai:

“In due anni all’Enit ho cambiato tre ministri, tre o quattro capi di gabinetto, quattro o cinque direttori generali. Risultato: per oltre un anno e mezzo non ho avuto un interlocutore. E ho avuto solo ostacoli. Ho riorganizzato il personale in aziende come la Rai con migliaia e migliaia di dipendenti così disomogenei tra loro. All’Enit mi trovavo 85 dipendenti in Italia e circa 90 nelle 23 sedi estere. Ci ho messo davvero poco a riorganizzare tutto. Peccato che in due anni non mi sia mai arrivato l’ok al progetto di riorganizzazione. La verità è che anche se ci prova un ministro a fare qualcosa di buono non ci riesce a far funzionare l’Enit. Il ministro Pietro Gnudi, ad esempio, ha pensato bene di trasferire all’Enit il portale Italia. Purtroppo quel portale non è mai arrivato e devo dire meno male, visto che non avrei avuto personale in grado di gestirlo. Per tutto quello che riguarda il mondo di internet non mi hanno concesso di fare alcuna assunzione, ma nemmeno di prendere dei ragazzi stagisti”.

Alla fine Celli ha gettato la spugna, il giorno prima che il Consiglio dei ministri varasse la riforma dell’Enit, che, tra l’altro, cambia nome e diventa Agit.

“Appena Franceschini si è insediato gli ho scritto dicendo che andando avanti così saremmo sempre andati a sbattere contro i muri. Che l’Enit andava riformato. Che bisogna trasformarlo in un’agenzia alla quale annettere anche Promuovitalia, dopo averla liquidata. Non mi ha risposto. Non subito. Però ho saputo che al Consiglio dei ministri è all’ordine del giorno proprio questo: la ristrutturazione di Enit, proprio con queste modalità. Almeno mi rimane questa soddisfazione”.


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